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Pietro e Fede

La nostra prima seconda volta: Oltrepò Pavese 2020

oppostoUna Chrysler senza terza marcia è ormai diventata l’auto ufficiale di Vite Sparse. Fede tira la seconda al massimo e poi passa in quarta in discesa libera di giri. La tratta Voghera Rovescala ormai potremmo farla quasi ad occhi chiusi. Passate Broni e Stradella, un bivio sulla destra a poche centinaia di metri dal confine con l’Emilia Romagna porta a inerpicarsi sulle ultime colline dell’Oltrepò Pavese. Che questa sia terra di vino non c’è dubbio. Lo si capisce anche solo guardandosi attorno: un paio di filari fanno da cornice ad ogni casa, i negozi a bordo strada mettono in mostra botti di legno, tini di fermentazione e trattori e più si sale più la presenza di vigneti si fa prepotente fino a diventare totalizzante. Un paesaggio la cui vocazione per il vino troppo spesso negli ultimi anni l’ha trasformato in un triste ritratto di un territorio dove la monocoltura è ormai imperante.

Barbara Avellino

Per fortuna in un luogo dove il modello di agricoltura più diffuso fonda le sue radici sull’abuso di pesticidi, fertilizzanti e diserbanti, c’è ancora qualche mosca bianca: dei vignaioli hanno deciso di scommettere su una conduzione agronomica controcorrente, quella di un rapporto rispettoso e sinergico con la natura. Percorrere la strada più difficile non è scelta scontata, ma di certo la più ammirabile. Tra questi agricoltori dissidenti c’è Barbara Avellino, la prima vignaiola d’Italia che ha creduto in Vite Sparse e che nel 2019, l’anno di inaugurazione del nostro progetto di vinificazioni itineranti, ha deciso di collaborare con noi.

Quella scritta da Barbara, milanese di origine, è una storia d’amore con il vino che dura da più di dieci anni, un’esperienza di vita che l’ha portata a riconsiderare l’approccio alla viticoltura e alla vinificazione che le era stato insegnato. È l’incontro con Enzo, ex operaio di Voghera, che le fa coronare il sogno di una vita in campagna dove possono dare sfogo ai loro più profondi desideri: Barbara diventa una vignaiola ed Enzo un apicoltore.

“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista” cantava Caparezza. Il discorso è altrettanto valido per un produttore di vino. Sebbene nel 2020 questa sia la nostra ultima vendemmia, dopo le esperienze in Sicilia e in Liguria, proprio perché stiamo per tornare a calpestare una terra con cui abbiamo già avuto a che fare questa è la vendemmia che temiamo di più. Riconfrontarsi con un luogo, con una bacca e con una vignaiola per la seconda volta è la sfida più grande. Bisogna dimostrare di essere all’altezza, fare tesoro di quello che si è imparato l’anno precedente, ma senza fidarsi troppo di sé stessi. La magia e l’insidia del vino si celano proprio in questo: ogni annata è completamente diversa. Per fare vino come lo facciamo noi non esiste metodo o ricetta, ogni anno bisogna tener conto dell’esperienza accumulata, ma ripartendo da zero.

Barbara ed Enzo

Quando arriviamo davanti alla cantina, Barbara ed Enzo non sono ancora arrivati. Mentre ci raccontiamo le nostre prime esperienze di vinificazione con uve a bacca bianca ai poli opposti d’Italia, il morale scende a picco quando nel giro di due minuti il sole timido della mattina scompare sotto nuvole nere che promettono pioggia. Barbara ed Enzo ci raggiungono poco dopo sul loro furgone bianco. Ci salutiamo con gioia, ma con il naso e lo sguardo fisso all’insù.
Ragazzi, l’uva quest’anno è tanta e bella, ma con questo tempo mettersi a raccogliere è un rischio troppo grande-
-Vabbè dai, aspettiamo un po’ e vediamo come evolve la situazione-
Neanche il tempo di dirlo e le prime gocce ci rimbalzano sul viso. Barbara ci mette una pezza.
Male che vada facciamo una giornata insieme che è da tanto che non vi vediamo. Colazione da campioni?-
Sorridiamo, Enzo apre le porte della cantina e ci mettiamo al riparo. Barbara quando si muove tra le vasche si trova a suo agio, si perde subito in racconti, idee e progetti e distribuisce calici.
-Vi ricordate il mio pinot nero dell’anno scorso? Ha svolto sedici gradi e ha ancora quaranta grammi di zucchero-
-Un vin naturellement doux dell’Oltrepò senza aggiunta di alcol-

Calice dopo calice quando usciamo dalla cantina il sole è tornato a splendere alto nel cielo. Ci eravamo quasi rassegnati ed è già tempo di rimettersi in testa che oggi è giorno di lavoro. Ritornare nei vigneti sul versante opposto di Rovescala è un’emozione. Qui è nato il primo vino di Vite Sparse e da qui rinascerà il quarto. Nel 2019 la grandine a due settimane dalla vendemmia ci aveva costretto a una selezione maniacale in vigna, ma quest’anno la situazione è diversa. I grappoli sono maturi, grandi e compatti. Se la prima versione de l’Opposto era una barbera in purezza, quest’anno vogliamo puntare sull’assemblaggio tradizionale di questo paesaggio con croatina e uva rara. Ma per la croatina è ancora presto, se ne riparla tra almeno una decina di giorni.

Barbera

I vigneti di Barbara sono un concentrato di vita: decine e decine di varietà di erbe spontanee crescono tra i filari, mentre le api di Enzo sfrecciano tra i grappoli alla ricerca degli acini più maturi. Barbara non si limita a un’agricoltura biologica, ma ha anche completamente abbandonato l’uso dello zolfo. Le rese sono bassissime, quasi irrisorie, ma l’uva è perfetta, densa di materia e di gusto. Con l’aiuto di Stani e Carlo, i ragazzi di Barbara, i filari si svuotano presto e le cassette colme d’uva si accumulano verso valle. Aiutiamo Enzo a caricarle sul furgone, si va a pesarle sulla bilancia al centro del paese e si scaricano sotto la tettoia della cantina.
E con questa fanno sette quintali e uno. Si va a mangiare?-

Barbara ci aspetta a casa con una teglia di lasagne appena sfornate. Sul tavolo una bottiglia di Caotico, il rosso frizzante di Barbara che più ci piace, e una di Opposto. Bere i frutti della vendemmia precedente durante quella in corso dà soddisfazione: ci fa ricordare che a tanta fatica corrisponderà altrettanta gioia. Ancora un caffè e si torna in cantina.
-Dai che la giornata è ancora lunga-

Svuotiamo le cassette una dopo l’altra dentro la diraspapigiatrice, mentre la pompa peristaltica spinge delicatamente il mosto nella vasca d’acciaio. Uno delle conditio sine qua non per fare vino naturale è la cura maniacale della pulizia in cantina: quando il lavoro finisce arriva la parte più noiosa, ma anche la più importante. Si lavano pavimenti, utensili e cassette alla pompa dell’acqua: domani anche Barbara vendemmia. Appoggiamo il cappello sul mosto, lasciando sgonfia la camera d’aria: l’ossigeno aiuterà i lieviti indigeni delle bucce dell’uva a moltiplicarsi e a dare il via alla fermentazione spontanea. Quando è già buio, abbracciamo Barbara ed Enzo e rimontiamo in auto.

Partirà?-
-Hai visto che uva abbiamo portato in cantina?-
-Partirà!-
Di nascosto l’uno dall’altro incrociamo le dita e torniamo verso Voghera.